2) Smith. Sulla divisione del lavoro.

In questa lettura  presentato il celebre esempio della fabbrica
di spilli, con cui Smith illustra i vantaggi della divisione del
lavoro.
A. Smith, Ricerca sopra la natura e le cause delle ricchezze delle
nazioni (pagine 311-312).

Il pi grande miglioramento nelle forze produttive del lavoro, e
la pi grande parte dell'abilit, della destrezza e del giudizio
con cui ovunque  diretto o praticato, sembrano essere stati gli
effetti della divisione del lavoro medesimo [_].
Prendiamo dunque un esempio della divisione del lavoro in una
manifattura di poco momento e che spesso  citata, quella, cio,
dello spillettaio. Un operaio non educato in questa manifattura,
che la divisione del lavoro ha fatto uno speciale mestiere, non
abituato all'uso delle macchine che vi s'impiegano, ed
all'invenzione delle quali la stessa divisione del lavoro ha
probabilmente dato occasione, cogli ultimi sforzi di sua industria
forse appena far uno spillo in un giorno, e certamente non ne
far mica venti. Ma nel modo, con cui ora si esegue tale
manifattura non solo  essa uno speciale mestiere, ma si divide in
molti rami, di cui la pi gran parte  similmente un mestiere
speciale. un uomo tira il filo del metallo, un altro dirizza, un
terzo lo taglia, un quarto lo appunta, un quinto l'arrota
all'estremit ove deve farsi la testa; farne la testa richiede due
o tre distinte operazioni, collocarla  una speciale occupazione,
pulire gli spilli ne  un'altra, ed un'altra ne  il disporli
entro la carta; ed in questo l'importante mestiere di fare uno
spillo si divide in circa diciotto distinte operazioni, che in
alcune fabbriche sono tutte eseguite da distinte mani, bench in
altre dallo stesso uomo se ne eseguono due o tre. Ho veduto una
piccola fabbrica di questa manifattura, ove dieci uomini solamente
erano impiegati, ed ove per ciascuno di loro eseguiva due o tre
operazioni. Essi quantunque fossero assai poveri, e per non molto
usassero delle necessarie macchine, pure quando a vicenda vi
s'impegnavano facevano dodici libbre di spilli in un giorno. Una
libbra contiene di spilli pi che mille di mezzana grandezza. Quei
dieci individui dunque potrebbero insieme fare pi di quarantotto
mila spilli in un giorno. Ciascuno di loro dunque, facendo una
decima parte di quarantottomila spilli, pu essere considerato
farne quattro mila ed ottocento in un giorno. Or se essi avessero
lavorato separatamente ed indipendentemente l'un dall'altro, e
senza che alcuno di loro fosse stato educato ad una speciale
operazione, ciascuno di loro non avrebbe potuto compiere venti
spilli, e forse neanche uno in un giorno, cio certamente non la
duecentoquarantesima parte, e forse neanche la quattromila
ottocentesima parte di quel che sono intanto capaci di compiere in
conseguenza d'una bene accomodata divisione e combinazione delle
loro differenti operazioni.
Grande Antologia Filosofica, Marzorati, Milano, 1968, volume
quindicesimo, pagine 821-822.

G. Zappitello, Antologia filosofica, 2. Quaderno secondo/7.
Capitolo Dodici/2.
3) Smith. Sull'origine e l'uso della moneta.

Smith osserva che i soldi fanno di ogni uomo un mercante e di ogni
societ una societ di mercanti. Egli ricorda poi al lettore che
il problema dello scambio di prodotti in eccedenza ha una lunga
storia, dall'et degli scambi in natura fino all'uso della moneta
in metallo ed in carta. Segue la distinzione fra valore d'uso e
valore di scambio.
A. Smith, Ricerca sopra la natura e le cause delle ricchezze delle
nazioni (pagine 312-313).

Quando la divisione del lavoro  stata una volta generalmente
stabilita, non  che una piccolissima parte dei bisogni d'un uomo,
cui egli col prodotto del suo proprio lavoro pu provvedere. Egli
provvede alla pi gran parte di quelli col cambiare la parte
superflua del proprio prodotto con le parti del prodotto del
lavoro degli altri uomini, le quali loro similmente sopravvanzano,
e secondo che a lui fa d'uopo. Ogni uomo cos vive col cambio, ed
in certo modo diviene mercante, e la societ diviene ci che
propriamente , una societ commerciale.
Ma quando la divisione del lavoro primieramente ebbe luogo, questo
potere di cambiare dovette frequentemente essere stato moltissimo
ostacolato ed imbarazzato nelle sue operazioni. Un uomo, noi
supporremo, ha d'una certa mercanzia pi di quanto gliene bisogna,
un altro ne ha meno. Il primo perci di buona voglia desidererebbe
vendere, ed il secondo comprare una parte di tale superfluit. Ma
se quest'ultimo non avesse cosa da dare, di cui il primo non
abbisognasse, il cambio non si potrebbe tra loro effettuare. Il
macellaio ha nella sua bottega pi carne che egli non pu
consumare, ed il birraio ed il fornaio vorrebbero ambedue
comprarne una parte. Ma costoro non hanno da offrire in cambio,
che i differenti prodotti dei loro rispettivi mestieri, ed il
macellaio  gi provveduto e di tutto il pane e di tutta la birra,
che tosto gli fanno d'uopo. Nessun cambio in questo caso pu
effettuarsi tra di loro. Egli non pu essere loro mercante, n
essi possono essere suoi avventori, e cos tutti e tre non possono
prestarsi mutuamente alcun servigio. Ad ovviare l'inconveniente di
queste condizioni, ogni uomo prudente in ogni periodo della
societ, dopo che la divisione del lavoro fu primieramente
stabilita, dovette naturalmente ingegnarsi di maneggiare in modo i
suoi affari, da avere in ogni tempo presso di s, oltre il
particolare prodotto della sua propria industria, una certa
quantit d'alcuna mercanzia o d'altro, tali che secondo il suo
giudizio pochi individui probabilmente volessero rifiutare in
cambio dei prodotti della loro industria.
Molte e diverse mercanzie probabilmente furono e pensate ed
impiegate per questo proposito. Nelle rozze et della societ il
bestiame si dice essere stato il comune strumento del commercio; e
bench dovette essere stato pieno di molti inconvenienti, pure nei
tempi antichi noi troviamo delle cose frequentemente valutate
secondo il numero del bestiame, che era stato dato in cambio di
loro. L'armatura di Diomede, dice Omero, costa solamente nove
buoi, ma quella di Glauco costa cento. Il sale si dice essere
stato comune strumento di commercio e di cambi in Abissinia; una
specie di conchiglie in alcune parti della costa d'India; merluzzo
secco a Terranuova; tabacco in Virginia; zucchero in alcune
colonie dell'India occidentale; pelli, o cuoio conciato in alcuni
altri paesi; e v' al d d'oggi un villaggio in Iscozia, ove non 
raro, come si dice, che un operaio porti dei chiodi invece di
moneta alla bottega d'un fornaio o dove si vende la cervogia.
In tutti i paesi intanto gli uomini sembra alla fine essere stati
determinati da irresistibili ragioni a dare la preferenza, per
questo impiego, ai metalli sopra ogni altra mercanzia.
_ la moneta  divenuta in tutte le nazioni incivilite l'universale
strumento di commercio, coll'intervento del quale i beni d'ogni
genere sono comprati e venduti, o cambiati per altri.
Ora io proceder ad esaminare quali sono le regole che gli uomini
naturalmente assumono nel cambiare dei beni con la moneta o con
altri beni. Queste regole determinano ci che pu chiamarsi il
valore relativo o cambiabile dei beni.
E' da osservarsi che la parola valore ha due differenti
significati ed alle volte esprime l'utilit di qualche particolare
oggetto ed alle volte il potere, che il possesso di quell'oggetto
apporta, d'acquistare altri beni; l'uno pu essere chiamato
valore d'uso e l'altro valore di cambio. Le cose che hanno il
pi grande valore d'uso hanno frequentemente poco o nessun valore
di cambio; ed al contrario quelle, che hanno il pi gran valore di
cambio, hanno frequentemente poco o nessun valore d'uso. Nessuna
cosa  pi utile che l'acqua, ma essa difficilmente fa acquistare
qualche cosa, poich difficilmente alcuna cosa pu aversi in suo
cambio. Un diamante al contrario ha difficilmente alcun valore
d'uso, ma una grandissima quantit di altri beni possono
frequentemente aversi in suo cambio.
Grande Antologia Filosofica, Marzorati, Milano, 1968, volume
quindicesimo, pagine 822-824.
